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Questa recensione è stata pubblicat sulla rivista “Ripensandoci” il 7 novembre 2016 a firma di Emanuela Boccassini.

http://www.ripensandoci.com/le-rose-dacciaio-di-roberta-natalini-e-paola-bisconti/

Per non dimenticare i danni della politica del guadagno

 

di Emanuela Boccassini

 

“Le rose d’acciaio” è un interessante libro, scritto a due mani da Roberta Natalini e Paola Bisconti. In esso le due autrici danno voce alle donne tarantine che hanno visto morire, soffrire e ammalarsi mariti, figli, genitori, amiche. Loro che sono le prime a lottare, accudire, piangere e tormentarsi per la spada di Damocle che, da anni, pende sul capo degli abitanti jonici. La loro voce si innalza sopra il rumore, i fumi, l’inquinamento dell’impianto siderurgico, urla la disperazione, lo sconforto, la paura di madri e mogli.

L’inquinamento è un problema che dovrebbe scuotere gli animi al di là dei confini geografici. Alla ribalta della cronaca da qualche anno c’è l’Ilva di Taranto, con i suoi gravi danni ecologici e di salute per i cittadini. Ma, purtroppo, le ripercussioni dell’acciaieria sono avvertite come un tema lontano, non solo dallo Stato, ma anche dall’opinione pubblica nazionale. La ‘questione Ilva’ è ben conosciuta entro i limiti salentini, ma il resto d’Italia cosa sa veramente?

L’amministrazione del‘mostro’ è stata contraddistinta da un completo disinteresse riguardo iseri e preoccupanti danni che lavorazione e produzione causano all’ambiente e alla salute. Taranto è vissutaper troppo tempo nell’oblio e risulta sconosciuta alla maggior parte della gente. Le richieste di aiuto del capoluogo jonico sono rimaste inascoltate dalla politica, che, invece di intervenire in soccorso del popolo salentino, ha preferito conformare l’impianto normativo alle esigenze del colosso siderurgico. La politica locale, che era apparsa interessata ai cittadini, ha, invece,ingannato e abbandonato i Taranti e le loro aspettative, facendosi trascinare dalle leggi dell’interesse e dell’industrializzazione.

Taranto, dimenticata e incompresa, è la città degli opposti: da un lato i due mari, una gloriosa storia antica, dall’altro il degrado e l’Ilva per la quale la popolazione prova sentimenti antitetici. Se è vero che ha portato soldi e lavoro, è anche vero che ha devastato territorio e abitanti, e gli stessi posti di lavoro ora sono in pericolo. Da un lato c’è il desiderio di adoperarsi per impredire altre morti, di riprendere in mano la propria vita, dall’altro c’è l’immobilismo cittadino gravato dallacrisi occupazionale.

In questa situazione poco chiara e contrastante si inserisce l’opera di Roberta e Paola. Nel 2012, l’attrice Robertaha realizzato uno spettacolo teatrale,dedicato alle donne tarantine,chiamato “Le Rose d’acciaio”. Il titolo ha una doppia valenza: le rose rappresentano le donne della città jonica, l’acciaio non indica solo la loro forza, ma anche il responsabile della loro rovina.Lo scopo di questo spettacolo? Mettere in risalto e attestare le conseguenze di una scelta azzardata e imposta dalla politica del Dio denaro.Taranto avrebbe potuto vivere di turismo e godere dei benefici dell’aria marina,ma per una politica distaccata e ottusa, si è ritrovata ad affrontare gravi problemi ambientali. Infatti, daquando la corsa all’industrializzazione ha posato le mani sul suolo tarantino, ha portato un apparente benessere, ma anche e soprattutto, illusioni, cancro e inquinamento. Attraverso il suo lavoro teatrale Natalini ha voluto colpire l’anima dei cittadini e di chiunque assistesse allo spettacolo. Le voci delle donne, le loro testimonianze, le loro angosce, le preoccupazioni si sono trasformate in un libro, intenso e commovente da un lato, informativo e concreto dall’altro,grazie alla collaborazione di Paola Bisconti.

Da questo esplosivo connubio è nato l’omonimo libro “Le Rose d’acciaio”. Esso èdiviso in tre parti: una, iniziale, racconta brevemente le fasi legali della vicenda; nella seconda, attraverso i monologhi scritti dall’attrice,i lettori vengono coinvolti emotivamente dalla tragedia che sta logorandoil capoluogojonico. Infine nella terza parte, affidata alla mano sapiente di Paola,attraverso alcune interviste, gli attori principali diventano gli abitanti della città dei due mari. Grazie alla propria storia e alla propria testimonianza, la voce della tragedia assume nome e cognome, volti concreti e luoghi nei quali si è consumato il dramma. Quello di Giulia, una bambina affetta da “asma di difficile controllo”. A causa delle sue condizioni anche un semplice raffreddore può diventare pericoloso e mortale. Ma la madre non si dispera, ammette che Taranto “non è una città a misura di nessun bambino”, ma, nonostante sofferenza e complicazioni, manda un messaggio di speranza. O il nome dei proprietari della Masseria Carmine, chehanno dovuto abbattere numerosi capi di bestiame, risultati positivi alla diossina, come i formaggi prodotti.

La narrazione accorata di questi ex allevatori, che hanno perso denaro, clienti, credibilità e affari, rende più concreto e tangibile il disastro creato da tanti anni di negligenza e silenzio, interessi di pochi e disinteresse dei più. La Masseria dovrebbe essere immersa nel verde, nella natura incontaminata, tra animali che pascolano e brucano l’erba, invece l’ambiente bucolico è straziato dall’immensa costruzione di acciaio. Che dire, poi, dei numerosi casi di bambini malati di cancro.

Potremmo quasi sostenere che il libro non sia indirizzato aiTarantini, loro convivono con le malattie, l’inquinamento e l’incuria di anni. L’opera sembra rivolgersi a tutti gli altri, a chi è interessato a conoscere la realtà jonica. Paola, infatti, sostiene che “parlare del mostro siderurgico che da anni sta distruggendo la vita dei cittadini tarantini a causa di un inquinamento senza limiti è un atto di giustizia nei confronti di tutti coloro che ogni giorno hanno a che fare con le drastiche conseguenze dovute alla produzione dell’acciaio nel più grande polo siderurgico d’Europa che sorge nel cuore della città dei due mari.Taranto, un tempo capitale della Magna Grecia, merita di risplendere e di tornare a vivere delle proprie bellezze paesaggistiche, del suo incantevole centro storico, del suo splendido mare, delle risorse della sua terra”.

I cittadini, attraverso “Le rose d’acciao”, mostrano una parte fondamentali di se stessi, del malessere che li consuma da tempo. Si raccontano per rendersi visibili, per“non essere più vittime di ingannevoli compromessi e speculazioni”. Parlano per coinvolgere un pubblico numeroso, che si possa identificare in loro e possa comprendere che non proteggere o trascurare la natura e l’ecologia, non applicare politiche ecosostenibili, ma affidarsi alla legge del denaro, andrà anche a loro discapito e non coinvolgerà solo chi abita nelle terre dei fuochi.

 

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